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Sembra che sia trascorso pochissimo tempo da che, passeggiando per le vie delle grandi città, restavamo colpiti dagli orientali che fotografavano le vetrine, per immortalare abiti, scarpe e gioielli al fine di copiarli ed intraprendere il business dei falsi.

 

La dislocazione della produzione e la crescita della Cina

 

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Era l’epoca in cui i grandi marchi producevano ancora tutto in Italia: la qualità era stratificata, lo stile ed il taglio facevano davvero la differenza.

Poco dopo i costi di produzione hanno iniziato a mettere in crisi tutti ed i grandi erano in testa alla classifica. Cresce la dislocazione della produzione: Cina, India, Taiwan ed altri Paesi connotati dal bassissimo costo del lavoro divengono i tessitori ed i confezionisti degli stilisti più importanti.

Ed è così che, nell’arco di trent’anni, noi siamo stati invasi da abiti Made in PRC e nel contempo la Cina si è arricchita, si è evoluta ed è diventata la seconda grande potenza economica mondiale, con una crescita del PIL fino oltre il 15%.

Parallelamente l’Europa e l’Italia in particolar modo sono state letteralmente invase dagli shopper cinesi: i concessionari dei grandi marchi del lusso hanno velocemente intrapreso la nuova era della vendita Extra UE, in detassazione e spesso connotata da considerevoli sconti sui prezzi di listino.

Un nuovo business, per l’Italia e per la Cina! Una sorta di rivoluzione economico-commerciale che è cresciuta, poi si è stabilizzata ed ora sta diminuendo. Perché?

 

L’Impero Celeste e la nuova politica economica

Il motivo è da ricercarsi nella nuova politica economica dell’Impero Celeste: sono state avviate misure di taglio delle tasse ( ad esempio una riduzione fino al 50% dei dazi sui beni di lusso di importazione) che induce un ribasso del differenziale dei prezzi tra il listino cinese ed il listino europeo.

Lo scopo di tali manovre, che ovviamente favoriscono l’apertura verso i beni di lusso, è quello di far rimanere e di incrementare gli acquisti effettuati in patria, a discapito dell’ormai fortissima importazione. Si pensi che i cinesi, in Italia, acquistano il 35% dei beni di altissima gamma!

Dall’altra parte esiste la variabile dei cambi delle valute: lo yuan, valuta cinese, è legato al dollaro USA come valuta di riferimento. Quando, dunque, si è verificato un ribasso dell’euro sul dollaro, lo yuan ha acquistato valore, provocando una forte riduzione del differenziale dei prezzi di listino sui diversi mercati.

Attualmente tale differenziale sui listini dei beni di lusso tra Cina ed Europa si aggira sul 60%; mentre tra Stati Uniti ed Europa sul 30%.

Quali le conseguenze? Semplice (…ma non così tanto!): il made in Europa sembra favorito nelle esportazioni verso i Paesi aventi il dollaro come valuta di riferimento! Ma entrano in gioco altri fattori: la già accennata manovra economica cinese, volta ad incrementare lo shopping interno tramite l’abbassamento dei dazi e l’apertura di svariati duty -free , oltre all’amletico dubbio delle aziende del lusso sul livellare i listini al fine di non incrinare immagine e reputazione mondiale dei marchi.

E la bilancia economica mondiale, in questo panorama, ci riserva ancora una sorpresa: ora i Russi (fortissimi compratori del lusso) trovano assai più conveniente fare acquisti in Cina, piuttosto che in Europa…!

 

2015: il crollo delle Borse cinesi

 

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Nell’agosto 2015, a seguito della svalutazione della moneta cinese, crollano le Borse di Shanghai e Shenzhen. Inizia la fuga di capitali dalla Cina, insieme con il crollo dei titoli del lusso.

I grandi nomi dei brand italiani ed europei, intervistati, minimizzano la situazione, encomiando Pechino per il nuovo corso economico di apertura verso il consumismo interno.

Atteggiamento estremamente democratico, ma alla stregua del consolatorio: si affaccia un periodo difficile per l’esportazione delle griffe.

Dall’analisi sintetica fino ad ora esaminata, sembra, inoltre, che ogni tattica sottenda ad inconvenienti non di poco conto.

A farne le spese appare chiaro sia sempre il mercato italiano e, generalmente, europeo che da anni brilla nell’universo delle esportazioni extra UE.

Infatti, avendo come principio cardine la salvaguardia dell’immagine contro la forte dicotomia tra listino europeo e listino fuori dai nostri confini, si delineano questi rischi:

  • Se si alzano i listini europei, da un lato si alzano i guadagni con lo shopping straniero, ma dall’altro si penalizza il Cliente domestico, già poco incline all’acquisto per i forti problemi economici contingenti.
  • Se si sceglie, al contrario, di abbassare i listini cinesi, si incrementa lo shopping all’interno del Celeste Impero, ma si contrae drasticamente quello dei cinesi in Europa!

…si entra nel terreno minato del mercato parallelo…